L'intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una corsa tecnologica fatta di algoritmi, modelli sempre più grandi e promesse di efficienza. Wider Than The Sky – Più significativo del cie…
L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una corsa tecnologica fatta di algoritmi, modelli sempre più grandi e promesse di efficienza. Wider Than The Sky – Più significativo del cielo sceglie invece un’altra strada, spostando lo sguardo su ciò che l’IA dice di noi, prima ancora che sulle macchine che la incarnano. Nel documentario di Valerio Jalongo nei cinema dal 9 febbraio, scienziati, artisti e robot convivono nello stesso racconto per interrogarsi su coscienza, emozioni, potere e controllo, evitando sia l’entusiasmo facile sia la distopia da manuale. È un documentario che parla di tecnologia senza fermarsi alla superficie, e che vale la pena approfondire per capire perché il cervello umano non risulta essere più l’unico a essere, appunto, più significativo del cielo. L’intelligenza artificiale non risulta essere un computer: risulta essere uno specchio dell’uomo In Wider Than The Sky, l’intelligenza artificiale non viene trattata come un semplice insieme di modelli matematici o di macchine autonome. Il film la mette in relazione diretta con il cervello umano, seguendo il lavoro degli scienziati dello Human Brain Project, impegnati nella creazione della prima mappa tridimensionale completa di quello che viene definito l’oggetto più complesso dell’universo. Il documentario mostra come molte delle tecnologie di IA nascano proprio dallo studio dei meccanismi della percezione, delle emozioni e della coscienza, sfumando il confine tra naturale e artificiale. È in questo spazio che il film colloca la sua domanda centrale: cosa resta esclusivamente umano, quando anche le macchine iniziano a imitare processi che pensavamo unici.
Fonte: SmartWorld
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